Il Multiculturalismo – “Pensieri di traverso”

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di Vincenzo Siino Di cosa parliamo quando parliamo di multiculturalismo? Il dibattito sul multiculturalismo si è arricchito negli ultimi tempi di interessanti contributi che hanno fornito motivi di riflessione per chi vuole sempre cercare di capire oltre il già visto e sentito. A volte, infatti, alcuni punti di vista sembrano così scontati da non meritare di essere neanche discussi. Purtroppo è sempre in agguato la tendenza tutta umana, troppo umana, di parlarsi addosso o di preferire di dialogare con chi la pensa come noi, cercando continue conferme alle nostre convinzioni, cosa che, però, ci impedisce di crescere e di aprirci agli altri punti di vista. Lo spunto delle riflessioni che seguono mi è stato offerto da un saggio di C. Sciuto dal titolo “Non c’è fede che tenga”, edito da Feltrinelli che ha agitato le acque di un dibattito che si era appiattito su due posizioni: una che sostiene che bisogna rispettare tutte le culture, accettandone costumi, valori e tradizioni, l’altra che le persone provenienti da altre culture debbano adattarsi completamente alla cultura ospitante. Posta in questi termini, la questione sembra non avere altre possibilità, “tertium non datur”, dicevano i latini, non è data una terza possibilità. Ben vengano, perciò, prospettive diverse che ampliano i nostri confini mentali e ci costringono a riflettere. Siamo, cioè, così sicuri che accettando “in toto” i valori e i costumi vigenti in una determinata cultura, rendiamo un buon servizio a favore della persona umana, che in questa nuova prospettiva rappresenta un valore non negoziabile? A partire da questo dubbio si cominciano a scoprire alcune falle nella concezione di una accoglienza dei valori propri di altre culture “senza se e senza ma”. La prima, e più rilevante considerazione, è rappresentata dalla convinzione, sbagliata, che vede la cultura come qualcosa di monolitico, cioè qualcosa di unitario e di statico. Per meglio comprendere la portata di questa concezione basta notare come la cultura islamica, sia tout court, fatta coincidere con quella vigente nelle “cosiddette repubbliche islamiche”. In realtà, andando a studiare un po’ meglio la questione ci si rende conto che sarebbe più corretto vedere la cultura dell’Islam come un arcipelago, in cui si scontrano diverse concezioni della società e delle donne nella società. Si cade, così, in un grosso equivoco, per cui, rispettare la concezione dominante all’interno di una società, diventa un imperativo non negoziabile. La conseguenza di questa visione è di anteporre i valori di una cultura ai diritti dell’individuo con una operazione che azzera praticamente il rispetto della persona. Volendo fare un esempio particolarmente incisivo, sostenendo la posizione che privilegia i valori della cultura di appartenenza, un medico italiano dovrebbe trovare assolutamente normale praticare l’infibulazione in quanto essa è una pratica propria di alcune culture, considerata assolutamente normale all’interno di quel contesto culturale. L’interrogativo con cui vorrei concludere queste mie riflessioni è: Siamo sicuri che sia questa la strada migliore per una società più giusta? Foto Fondazione Luigi Einaudi

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