Sostenibilità, decrescita e profitto

Ci sono parole e/o espressioni  che caratterizzano un’epoca. Per esempio,  negli anni ’70 andava per la maggiore, negli ambienti di sinistra, l’espressione “nella misura in cui”. Negli anni ’80 ci si trastullava con l'”edonismo reaganiano” e così via. E oggi?

La parola magica dei nostri tempi è “sostenibilità.” Basta seguire per un paio d’ore la tv e vi accorgerete che la parola “sostenibilità” imperversa, non solo nei discorsi dei politici ma anche nelle pubblicità, cosa del tutto normale visto che i pubblicitari sanno come fare per attirare la nostra attenzione. Degno di nota a questo proposito è il potente affresco romanzato della società dei consumi che ci è stato offerto dalla penna di Frédéric Beigbeder con il suo Lire 26900.

Ma mentre ci si affanna ad esaltare le virtù della sostenibilità, l’industria continua a regolare la produzione in base al principio dell’obsolescenza programmata, strategia industriale che limita il ciclo di vita di un prodotto a un periodo ben preciso e abbastanza breve. 

Ciò che risulta maggiormente urticante è il fatto che utilizzando questa parola magica ci si sente di appartenere ad una umanità superiore, degna seguace di Greta, icona dei nostri tempi, paladina della difesa dell’ambiente.

Senza averne definito con esattezza il significato, si approfitta di questa indeterminatezza per usarla a seconda delle convenienze.

Noi consumatori, ultima possibilità che ci è stata data per essere riconosciuti cittadini a pieno titolo, veniamo chiamati a dare il nostro contributo acquistando prodotti a ridotto impatto ambientale, come detersivi bio, frutta e verdura a km. zero, rispetto delle norme che regolano la raccolta differenziata e se si è vegani ancora meglio. Non si vuole negare che le piccole azioni quotidiane possano contribuire ad aiutare l’ambiente, anzi è un bene che la scuola inciti a questi comportamenti virtuosi, ma il rischio sempre in agguato è quello di restare imprigionati dentro nuove forme di consumismo che non modificano lo stato delle cose, ma servono solo ad accentuare il solco tra  cittadini di serie A, colti e benestanti, sensibili alle tematiche ambientali e il popolino, ignorante,  costretto ad acquistare il cibo più a buon mercato e privo di una coscienza ambientalista.

Se volete saperne qualcosa in più l’invito è di andare a vedere Agende e documenti dell’UE in cui la sostenibilità è diventata una parola d’ordine irrinunciabile.

Se spostiamo lo sguardo alle multinazionali, in particolare quelle dell’agroalimentare, non possiamo non notare come anch’esse sentano il bisogno di farsi voler bene ed ecco, allora, che una spolveratina di sostenibilità può tornare utile per continuare a macinare profitti, con l’imprimatur del FMI delle cui malefatte si può trovare un’ampia letteratura in rete.

Ciò che, a mio parere, potrebbe contribuire a fare chiarezza sulla questione è un’altra parola che però, al contrario di sostenibilità viene accuratamente evitata perché impossibile da coniugare con la logica del profitto, ed è decrescita, da intendere come strada maestra per l’avvio di un modello di sviluppo alternativo a quello attuale.

Ma questa parola suona come una bestemmia alle orecchie di chi veramente avrebbe il potere di incidere sul nostro futuro, compiendo scelte in grado di cambiare le cose. Ma per costoro sarebbe come tagliare il ramo su cui stanno comodamente appollaiati e dal quale non intendono scendere, aiutati in questo dall’homo consumens, definitivamente cooptato all’interno di un sistema che quotidianamente lo blandisce, sussurrandogli dolcemente: “tu sei ciò che hai”!