Musica di ieri e musica di oggi

musica di ieri musica di oggi

di Sergio Fanti

Non c’è meglio e non c’è peggio tra la musica di ieri e la musica di oggi. Anche perché gli ieri si accumulano sempre più, ovviamente, e ognuno si riferisce allo ieri che gli pare. Siamo sempre un po’ passatisti, il passato era meglio, è un vizio umano comprensibilissimo, perché lasciamo schemi in cui sappiamo muoverci per andare in altri schemi dalle dinamiche abbastanza ignote.

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foto tratta da Optimagazine

Ma non c’è meglio e non c’è peggio nella musica. Ognuno fa del proprio meglio con gli elementi che ha: cultura, preparazione tecnica, e gusto personale. E proprio su queste cose verte la differenza che io intravedo. Perchè c’è una differenza sostanziale, nella musica di consumo, tra ieri e oggi.

Permettetemi una mini-premessa lampo.

Una volta, fino a cent’anni fa, per fare musica bisognava studiarla, non c’era proprio tecnicamente altro modo per farla, e quindi era implicito dovere studiare i predecessori, cioè la storia. In tempi più moderni, dopo la seconda guerra mondiale, l’avvento sempre più massiccio della tecnologia nelle riproduzioni ha progressivamente ammorbidito queste rigidità. Tramite strumenti amplificati, si poteva comporre musica  per parole cantate con ingredienti molto semplici (pensiamo ad esempio al beat, che tecnicamente fu una musica molto elementare, e al più recente punk), si poteva cominciare a cantare sulle basi, se si era intonati non occorreva poi così tanto studiare canto, grazie al microfono venivano apprezzate anche le voci ineducate, che senza microfono non si sarebbero mai sentite, e così via. Quando arrivarono i cantautori degli anni ’70 venivano giudicati come dei capelloni scansafatiche che non sapevano né cantare né comporre né suonare. Il che era formalmente vero. Quegli stessi capelloni scansafatiche ora sono eletti a guru letterari per le medesime creazioni di allora, ma questa è la storia degli uomini. Quello che mi preme sottolineare oggi è: 50 anni fa il cantante doveva essere intonato e avere una voce decente e presentarsi vestito benino. Il cantautore invece poteva essere deficitario in tutto perché il messaggio era quello di andare sul palco per come si è veramente, con jeans e maglione e fumando una sigaretta, e raccontare la propria verità. Come i trapper di oggi. Ma c’è una differenza fondamentale e vengo al punto. I cantautori di ieri, sebbene ribelli e scavezzacollo come avrebbero detto le nostre mamme e nonne, sentivano comunque l’esigenza della cultura, un po’ avevano studiato e un po’ sentivano di DOVERE continuare a documentarsi sul “da dove proveniamo”. Infatti i riferimenti “colti” sono tanti, fin dai primi album, ad esempio ricordo De Gregori che cita un aneddoto della vita di Pavese….., Venditti con una riflessione su Dante, Guccini fece un intero album con forti influenze di Guido Gozzano. Anche i fenomeni più di consumo, il Baglioni giovane, aveva influenze musicali classiche che tradivano studi e suggestioni. Pensate alla meravigliosa introduzione di “Poster” di Baglioni. Non mi dilungo, gli esempi sarebbero infiniti. Insomma c’era un ribellarsi ai dogmi imperanti, ma c’era la necessità di sapere e anche di mostrare vanitosamente il proprio sapere perché faceva figo…e andava benissimo così. Erano anche i tempi della lotta politica e per intrufolarsi nella moda del momento bisognava conoscere alla meno peggio Gramsci, e a ritroso Marx, e tanto altro perché nella storia tutto è collegato. Adesso trovo che i trapper non sappiano assolutamente nulla di nulla di nulla. Sono ragazzi ingegnosi che miscelano suoni ipnotici con ritmi ipnotici con metriche ipnotiche e vogliono effettivamente dire qualcosa nei testi, e in quei testi prolissi fino allo sfinimento in effetti c’è dello sbuzzo e dell’abilità creativa. Ma traspare la non consapevolezza di quello che c’è stato prima. La lavatrice macina sempre più veloce, un ventenne di oggi non sa chi è Gino Paoli. E le creazioni della musica di massa di oggi sono totalmente staccate dalla tradizione, proprio perché non la conoscono. Trovo che questi ragazzi, inseguendo ognuno il proprio orticello personale, siano tutti soldatini di questo reset mondiale del quale si vocifera. Staccarsi completamente dalla storia, da tradizioni millenarie, per rifondare l’essere umano ex-novo. Con inglesismi e genitori 1 e 2 ecc.ecc.ecc.   E i trapper di oggi io li vedo come cagnolini appena nati, che hanno esperienza solo di quello che hanno visto coi loro occhi dal loro cortile in questo nuovo millennio, e con un po’ di patrimonio genetico della tradizione. Ragazzi ingegnosi e intelligenti e sveglissimi, che combinano con maestria quei pochissimi elementi che hanno a disposizione. Canzoni in fondo sempre buie, che raccontano il nichilismo totale di un mondo già finito, e non c’è nulla in queste canzoni che rimandi a qualcosa d’altro. O almeno io non lo trovo.

“raccontare la musica” Cantautore e compositore bolognese, è un profondo conoscitore della musica cantautorale italiana. Ha recentemente messo in scena alcuni lavori teatrali riguardanti i cantautori genovesi degli anni ’60.