LICENZIAMENTI VIA WHATSAPP

licenziamento

di Sergio Fanti

Fino al 1966 bastava un cenno del capo per licenziare un lavoratore ed estrometterlo dall’azienda. La Corte Costituzionale pose fine a questa falla, stabilendo nel 1966 che “il licenziamento privo della forma scritta non risponde alle esigenze di interrompere con certezza il rapporto di lavoro. La dimensione ridotta dell’impresa non giustifica il venir meno di elementi formali di essenziale valore riguardo all’atto di risoluzione del rapporto di lavoro da cui discende la sanzione della cosiddetta tutela reale”.

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(foto tratta da brstudiolegale.it)

Ora, la legge è rispettata. Riguardo alla forma scritta, una raccomandata o un messaggino su whatsapp  pari sono. Anche se teoricamente un lavoratore potrebbe aver disinstallato il suo whatsapp, o escluso alcune conversazioni. O aver semplicemente fatto un po’ di confusione con le funzioni dello smartphone.

Ma al di là di tali questioncine tecniche, la cosa orripilante alla quale tutti ci stiamo inchinando è che la tecnica non abbia riguardo per forma e per etica.

Vorrei trarre spunto da questa cosa orribile per una riflessione. Si dice spesso che i politici sono lo specchio del popolo, che il calcio è lo specchio della società, ecc.ecc., come per esprimere che il fenomeno che noi additiamo come ripugnante sia in realtà il nostro stesso comportamento, sia la stessa cosa che facciamo anche noi nel nostro privato anche se in misura molto più ridotta, e soltanto perché non abbiamo la possibilità di attuarlo in maniera più estesa. Allo stesso modo, si dice spesso che una cosa “deve partire dal basso” cioè dalle coscienze individuali che, sommandosi, diventano forza capace di cambiare qualcosa.

Allora, tornando ai messaggini, voglio porre l’interrogativo che segue. Quante volte, negli ultimi 20 anni, anche noi privilegiamo la forma scritta dei messaggi a quella parlata di una telefonata?  Io, che sono un fautore dell’antica telefonata, cerco di sottostare al costume delle conversazioni infinite via whatsapp, finché mi risolvo ad usare lo stesso aggeggio dei messaggi per chiamare la persona. E’ un gesto ormai antico, che sa di invadenza, di dispersione. Sembra che ci abbassiamo di livello. Ma a livello di comunicazione è molto più chiaro e – permettetemi la banalità – umano. Anche se ci si dilunga quei tre minuti in più tra convenevoli e pettegolezzi vari e relazioni sul tempo atmosferico.

Fra l’altro, una telefonata è un ciclo chiuso, se non seguita da messaggi conseguenti, mentre i messaggi sono una continua frammentazione della nostra attenzione, ci distolgono da quello che stiamo facendo. Poi si arriva al fatidico punto “non hai capito, intendevo dire che…ti ho mandato anche l’emoticon, come puoi non aver capito?” Il messaggio dovrebbe essere una breve comunicazione di servizio: “ti va bene se domani invece che alle 18 facciamo alle 18.30?”. Invece diventa un modo di sostituirsi a una relazione umana.

La tecnica ci sta governando sempre più, ma accade perché noi glielo concediamo. Così, leggo spesso che anche le relazioni amorose si discutono via whatsapp, e via whatsapp si risolvono. E allora…vogliamo lamentarci se qualcuno che magari non abbiamo mai visto ci licenzia con un messaggio?

Direttore Responsabile Capace talvolta di sconfinare nella poetica, per la “morbidezza” della sua penna, se dovessimo attribuire a Francesco Siino una collocazione di tendenza potremmo definirlo un “giornalista maledetto”. Appassionato, generoso e coinvolgente, politicamente moderato, è stato, sin dagli albori della sua carriera un giornalista fai-da-te. Siciliano di nascita e bolognese di adozione, a soli diciassette anni collaborava già con due dei tre quotidiani della Palermo di allora: Telestar e L’Ora, curando inizialmente pagine sportive.