Cosa vuoi fare da grande?

di Sergio Fanti C’è una domanda che detesto, che ho sempre detestato e che continuo a detestare ogni volta che me la pongono. Perché ancora oggi succede che – in tono di scherno – mi chiedano  “cosa vuoi fare da grande?”  E ricordo ancora la violenza che avvertivo quando da bambino mi chiedevano cosa avrei voluto fare da grande, scambiandosi degli idioti sorrisetti tra adulti. Quando mi parlavano con un tono adatto all’approccio con una scimmietta ritardata. In questo quesito apparentemente innocente che gli adulti si sentono di dover produrre per vidimare il loro status di esseri superiori, in realtà c’è tanta violenza. E’ naturale, è facile, ed è anche auspicabile che il bambino o ragazzino non abbia ancora deciso quale debba essere la sua strada, e lasci aperte le multiformi potenzialità del suo essere. Perché di fatto tutti noi abbiamo fatto delle cose tra le tante che avremmo potuto fare, e abbiamo spesso scelto determinate strade per circostanze fortuite: un’amicizia, la suggestione di un docente. O anche motivazioni di opportunità del momento. Ad esempio cerco lavoro come ragioniere, però me la cavo anche a fare le pizze e sotto casa mia cercano proprio un pizzaiolo. Una scelta provvisoria come questa può condurre poi a rilevare la pizzeria, aprire un ristorante e così via…tutte cose che il bambino a 6 anni non può immaginare E poi,  perché avvilire il bambino che non ha ancora fatto una scelta prematura? Lo si mette in confusione, sente di non rispettare le attese, ciò che il mondo si aspetta da lui, e va in crisi di autostima. Perché nel frattempo il suo compagno di giochi ha invece idee chiarissime. E’ più o meno dopo i 15 anni, in età liceale, che si può cominciare a diradare le nebbia delle possibilità, ipotizzare qualche strada escludendone molte altre. Ma il bambino e l’adolescente devono scoprire il mondo, le cose, le cosiddette “materie scolastiche”.  Avere tanti interessi e mescolarli è ottima cosa. Non tutti hanno una forte e unica passione fin da piccoli. Poi, sempre questa domanda “cosa vuoi fare da grande” implica che tu, l’interrogato, il bambino oggetto di questa sevizia, debba essere una sola cosa,  e imprime nella testa del bimbo il concetto che dovrà essere una sola cosa, facendo coincidere la sua personalità con il lavoro. E’ una domanda che poteva essere tollerata in tempi antichi, quando c’era una netta distinzione tra chi avrebbe potuto concedersi un’istruzione e chi invece avrebbe finito forse la terza elementare. In tempi in cui c’erano schemi più semplici e quasi obbligati. Ma adesso, con l’istruzione possibile per tutti, col posto fisso sempre più traballante e con un mercato del lavoro in perenne fermento e cambiamento, è premiata la capacità di adattarsi di continuo. Inoltre, da quando la tecnica è entrata a gamba tesa nelle nostre vite, prevedere non solo una professione, ma anche un indirizzo, è sempre più difficile. Un quarantenne di oggi, cosa poteva prevedere di sé nell’86 quando aveva 5 anni, o nel 1990, quando di anni ne aveva 9? Sembra così strano perché in fondo sembra davvero ieri, ma vivevamo senza Internet e senza cellulari. Quindi il 40enne che oggi è sviluppatore di app, o webmaster, o social media manager, o tremila altre cose individuate da altrettanti inglesismi, non poteva proprio immaginare nulla. E se avesse dato come risposta una di queste professioni l’avrebbero portato alla neuro. Sono andato indietro di una trentina d’anni…se vi sembra forzato, proviamo allora ad andare indietro di molto meno, di dieci anni. Dieci anni fa, chi avvertiva l’esigenza di rivolgersi a un operatore di droni? O a un consulente in cloud engineering? La nuvola era solo quella che vedevamo in cielo, e invece adesso abbiamo tutti chi più chi meno esigenze che 10-15 anni fa sarebbero sembrate inutili sofisticherie. Un bambino che desiderasse oggi fare il tassista e forgiasse la sua vita su questa idea, probabilmente la dovrà cambiare, perché pare che tra 20-30 anni, con l’avvento delle automazioni,  questo mestiere non ci sarà più. CQuindi, basta col torturare degli esseri che hanno solo bisogno di crescere, di annettere a sé informazioni e suggestioni sparse per poi rielaborarle, secondo le varie velocità dell’apprendimento. Anche perché in giovane età tutti i maschi hanno desiderato di fare i calciatori e tutte le femmine si vedevano ballerine. La cosa buffa è che prima si censurano al bambino queste risposte a favore di cose che vuole l’adulto, quali risposte più statisticamente realizzabili e soprattutto gradite ai parenti, quali medico o avvocato, o prosecutore dell’azienda tradizionale di famiglia, poi per tutta la vita il bambino (diventato adulto) si sentirà ripetere da tutte le parti e in tutti gli slogan possibili che non bisogna mai abbandonare i propri sogni!!! E’ tutta una farsa. Compreso il fatto che molti genitori prima si liberano del bambino piazzandolo per ore davanti a un tablet o a una tv, poi si rammaricano che i suoi modelli di vita adulta sono lo youtuber o l’influencer. Concludo con una frase meravigliosa di un filosofo del ‘900. Lui è Adorno, e la frase è “la libertà non consiste nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta”-
“raccontare la musica” Cantautore e compositore bolognese, è un profondo conoscitore della musica cantautorale italiana. Ha recentemente messo in scena alcuni lavori teatrali riguardanti i cantautori genovesi degli anni ’60.