La “schwa”: una questione di lana caprina

Sono in tanti a pensare che non si sentiva la mancanza della polemica sulla schwa. Ma cerchiamo di capire meglio in cosa consista tale questione e se essa può aiutare a fare giustizia in un mondo maschilista fin nel midollo. 

Per onestà intellettuale dichiaro subito la mia contrarietà a tale innovazione linguistica e cercherò di spiegarne il motivo. I fautori di questa innovazione sostengono che l’introduzione di questo nuovo segno linguistico “ə” aiuterebbe sia a stabilire una reale parità uomo-donna anche nel linguaggio, sia a fare uscire dal ghetto tutti coloro i quali non si riconoscono nei due sessi. La polemica si è accesa nel momento in cui un gruppo di intellettuali e linguisti attraverso una petizione  si è dichiarato contrario all’uso della schwa, questo segno neutro che avrebbe il merito di contribuire a ridimensionare il potere che l’uomo si è costruito nel corso dei secoli a danno delle donne.

Il leitmotiv che accompagna spesso le questioni  legate alla lingua e alle disuguaglianze da essa veicolate, è il tema del “politicamente corretto”, cui si appellano i sostenitori dell’uso della schwa. In realtà, contrariamente a quanto a prima vista possa apparire, il richiamo al “politicamente corretto” si è rivelato uno strumento ideologico, nel senso marxiano, ovvero uno strumento che tende a mascherare la vera realtà, utilizzato per diffondere e far accettare il pensiero unico, un pensiero privo di dialettica, tendente ad una reductio ad unum della varietà di interessi, anche contrapposti, che si muovono dentro ogni società, esaltando il modello neoliberista, ritenuto l’unico in grado di garantire le libertà individuali. Volendo fare un esempio è politicamente scorretto definire il padrone dell’azienda “padrone”, dovendosi preferire il termine neutro “imprenditore”, “capitano d’industria” e così via. Questa tendenza non ha conseguenze indifferenti sulla percezione della realtà, poiché induce a neutralizzare una “cosa” chiamata lotta di classe, espressione poco gradita in una società che ha voluto espungere dal suo orizzonte le contraddizioni esistenti, un’espressione tout court “comunista”, termine questo, a sua volta, demonizzato, poiché collegato automaticamente a stalinismo e a una forma di regime dittatoriale. Pur ritenendo innegabile che il comunismo sia stato un regime che ha conculcato libertà irrinunciabili e non negoziabili per qualunque spirito democratico, non può  sfuggire, ai più attenti, l’operazione ideologica che sta dietro tale identificazione. Si cerca di annullare in questo modo, associando cioè la lotta di classe al comunismo, un’altra verità incontrovertibile e cioè che l’attuale modello di sviluppo si fonda su uno sfruttamento del lavoro umano a tutto vantaggio della classe padronale. Solo i miliardari non hanno paura di usare l’espressione “lotta di classe”. Non è un caso che il miliardario Warren Buffett abbia affermato “è in atto una guerra di classe e la mia la sta vincendo”. 

Che lo sfruttamento esista lo confermano tante ricerche e documenti, come gli annuali “Rapporti Oxfam”, che attestano l’aumento della povertà nel mondo e l’aumento della ricchezza in mano a pochi miliardari, che, guarda caso, in questi due ultimi anni di “crisi” sono aumentati di più di seicento unità. Potrei richiamare a conferma di quanto qui sostenuto la risposta di un giornalista economico alla Commissione americana costituitasi per fare luce sulle cause della crisi finanziaria del 2008. Il giornalista, alla domanda della Commissione che chiedeva come mai nessuno degli esperti si era accorto della tempesta in arrivo rispose che solo Karl Marx aveva capito tutto! 

Ma qualcuno, come il filosofo Zappino, sostiene, a proposito della schwa, che “Il ricorso alla denuncia retorica del politicamente corretto, che è un’arma delle estreme destre, serve solo a eludere il portato conflittuale di queste rivendicazioni”. Coloro i quali credono questo, probabilmente sono gli stessi che pensano che il tema della sovranità sia un tema di destra, regalando a quest’ultima un argomento che la Sinistra ha liquidato senza riflettere sul suo significato. O, ancora, che confondono l’internazionalismo con la globalizzazione. 

Il dibattito richiama tutte le questioni legate alla diffusione del “maschile” che tende a perpetuare la sua supremazia a danno del “femminile”, per non parlare dei diritti Lgbt che faticano a imporsi nelle nostre società. La mia contrarietà a tale innovazione si fonda sulle conseguenze di alcune innovazioni già in atto, non linguistiche ma sociali, e che quindi potenzialmente avrebbero dovuto avere un impatto rivoluzionario e che invece non hanno spostato di una virgola i rapporti sociali e politici e quelli di produzione. Mi riferisco al tema delle quote rosa. Qualcuno ha avvertito dei cambiamenti nella politica in seguito all’introduzione di questo strumento? La risposta negativa a questa domanda, purtroppo, risiede nel fatto che la donna non ha saputo distinguere la sua azione politica da quella maschile, riproponendo pari pari il modello di sviluppo vigente e perpetuando le pratiche politiche maschili, che sono uscite, al contrario, rafforzate da questa iniziativa. Forse che le politiche austeritarie che in questi decenni hanno prodotto povertà in tutta l’Europa siano più accettabili se a proporle siano Christine Lagarde o Ursula von der Leyen? Non dobbiamo dimenticare che la prima era a capo dell’FMI, quando si è consumato il massacro della società greca. Un massacro è sempre un massacro, anche se a parteciparvi sia una donna. Ecco un tema degno di riflessione. Altro che trastullarsi con il dilemma schwa sì-schwa no!

Scrive la filosofa Michela Marzano: Perché sarebbe più inclusivo scrivere “carə tuttə” invece che, molto più semplicemente “care tutte e cari tutti”? Perché dovrei utilizzare lo schwa per non essere tacciata di: “persona che ha talmente interiorizzato gli stereotipi da non riuscire a modificare le proprie errate abitudini”? Cos’ha in più questa lettera, tra l’altro difficilmente pronunciabile da chi parla e scrive una lingua europea?

Per questo motivo mi pare che temi come la schwa non siano altro, purtroppo ancora una volta, che delle armi di distrazione di massa che non modificano il reale stato delle cose, anzi favoriscono lo status quo, almeno fino a quando le donne non saranno portatrici di valori alternativi alla visione muscolare e guerrafondaia che domina nella nostra società, incapace di agire sulla madre di tutte le disuguaglianze, quelle da cui si generano tutte le altre, le disuguaglianze derivanti dalla povertà che l’attuale sistema neoliberista non vuole realmente combattere perché funzionale ai suoi disegni egemonici.

Le tre studiose C. Arruzza, T. Bhattacharya e N. Fraser hanno ben fotografato l’attuale situazione del movimento femminista quando a proposito del “femminismo liberale” hanno scritto: 

Piuttosto che cercare di abolire la gerarchia sociale, si propone di “diversificarla”, di “dare potere” a “donne di talento”, affinché raggiungano la vetta. (1) E più oltre: Insomma, in genere il “femminismo liberale” fornisce l’alibi perfetto al neoliberismo. Consente alle forze che sostengono il capitale globale di dipingersi come “progressiste”, dissimulando politiche regressive sotto una patina di emancipazione. (2)

Basterà una schwa a contribuire a modificare un quadro politico-sociale come quello sopra delineato? 

1.

C. Arruzza, T. Bhattacharya e N. Fraser, Femminismo per il 99%. Un manifesto, Laterza, p. 14.

2. 

Ivi, pp. 15,16.