Gli esperti che si occupano di agnotologia, termine con cui viene indicata la scienza che ha come oggetto di studio l’ignoranza, hanno insistito, in particolare, su uno degli aspetti che la producono: l’ignoranza indotta. Essi hanno attribuito il diffondersi di questo tipo di ignoranza o a interessi particolari, per esempio quelli dei produttori del tabacco che, grazie a ricerche da essi finanziate, contestano i risultati scientifici che, al contrario, attestano senza dubbio alcuno come la nicotina e il catrame abbiano gravi effetti sulla salute, o alla diffusione di false informazioni, oggi veicolate soprattutto dai social media. È singolare che le ricerche su questo fenomeno escludano a priori i sistemi educativi. Nel corso della mia esperienza didattica, infatti, mi sono andato sempre più convincendo che sono proprio le istituzioni educative a tenere in pochissima considerazione la lotta all’ignoranza, aspetto di cui non si trova traccia negli studi sull’agnotologia. Alcune scelte della politica credo possano testimoniare quello che a prima vista appare un paradosso. Come interpretare infatti la scelta di molti governi, Stati Uniti inclusi, di ridurre la spesa destinata all’istruzione e alla ricerca o quella di finalizzare i percorsi formativi all’ingresso nel mercato del lavoro, sacrificando ad esso la formazione integrale che a parole si dice di voler perseguire. La scuola delle competenze rappresenta da questo punto di vista l’esempio più lampante di questa deriva, dal momento che, attraverso essa, si intende sottolineare la prevalenza del saper fare sull’attribuzione di senso a ciò che si fa.
Relativamente alla domanda su cosa vogliamo fare delle teste dei nostri futuri cittadini adulti, quale tipo di cittadino intendiamo formare, la politica sembra avere le idee molto chiare poiché, stando agli interventi degli ultimi decenni, non pare che in testa alle sue preoccupazioni ci sia la formazione di una coscienza civile e/o lo sviluppo del pensiero autonomo e critico, nonostante l’abbondanza delle dichiarazioni di principio che ne esaltano il valore. Purtroppo negli ultimi decenni, esauritasi la spinta propulsiva del messaggio di Don Milani, non a caso messo sotto accusa da diversi critici del modello democratico cui si ispirava la sua scuola, ė prevalsa la tendenza a riaffermare una scuola di tipo gentiliano, con l’obiettivo preciso di confermare le differenze di classe, bloccando, di fatto, l’ascensore sociale. Le ricerche, infatti, mettono in luce come, oggi più che mai, sia decisiva la famiglia di origine nel determinare il successo o il fallimento del proprio progetto di vita, quando c’è. Infatti, ė sempre più diffuso il fenomeno NEET (acronimo di Not in Education, Employment or Training), che si riferisce alla popolazione di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non è né occupata né inserita in un percorso di istruzione o di formazione. L’introduzione di discipline trasversali come l’Educazione Civica e di altisonanti contenuti come la Cittadinanza Attiva non ha modificato, di fatto, la realtà educativa del paese. Prendendo a riferimento gli eventi che hanno caratterizzato gli ultimi cinque anni della nostra storia, eventi che avrebbero potuto rappresentare delle occasioni di crescita intellettuale dei nostri giovani, ovvero il dibattito sulla pandemia, la guerra russo-ucraina e quella israelo-palestinese, emerge in maniera, credo inoppugnabile, come essi siano stati scientemente manipolati da un’informazione a senso unico che ha impedito lo sviluppo di un dibattito sulle loro cause e sulla loro conduzione, preferendo la scorciatoia dell’indottrinamento ad un sano confronto fra diverse interpretazioni. L’obiettivo del mantenimento della popolazione, non solo giovanile, in una condizione di minorità, sembra, purtroppo, perfettamente centrato.
Il volere ignorare la complessità propria del nostro tempo ha, infatti, come inevitabile esito un impoverimento intellettuale soprattutto delle nuove generazioni, sempre meno abituate ad argomentare ed a utilizzare un lessico elaborato, e sempre più inclini all’uso di forme ipersemplificate di espressione che, non raramente, si riducono all’uso di “like” e “dislike”. Un aspetto particolarmente inquietante è rappresentato dal fatto che tale povertà lessicale provoca compromissioni della sfera cognitiva ed emotiva negli individui. C. Clavè ha ben
sintetizzato questa tendenza propria delle società più sviluppate affermando che “meno parole e meno verbi coniugati implicano meno capacità di esprimere le emozioni e meno possibilità di elaborare un pensiero”. E mentre si vanno riducendo le possibilità di un’inversione di questa tendenza al livellamento verso il basso, si va facendo sempre più concreta la prospettiva di una società spaccata in due con, da un lato, un élite creativa e depositaria delle conoscenze più elevate e, dall’altro, una moltitudine di esecutori, cui viene richiesta soltanto una competenza sul piano operativo, priva di consapevolezza e di capacità critiche. La distopia è servita. Altro che “politiche inclusive “!