“Un anno di mare”, il calendario 2026 di Maurizio Poli

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Con una puntualità che potremmo paragonare a quella di un orologio svizzero, arriva tra le nostre mani il calendario di Maurizio Poli, significativamente intitolato Un anno di mare. Un titolo che già racchiude un programma e una dichiarazione d’intenti. Non si tratta, infatti, di una selezione tratta dal suo ormai sterminato archivio fotografico: Poli ha scelto consapevolmente di fissare sulla carta le esperienze visive dell’ultimo anno, trasformandole in uno strumento che ci accompagnerà e scandirà il tempo di quello a venire: il 2026. È già questa, di per sé, una grande opportunità, di cui essere grati.

Il mare, il mare-lago, l’Adriatico, viene spesso liquidato come uno spazio piatto, monotono, privo di grandi variazioni, se non forse per le rare mareggiate. Un mare che un tempo era ricchissimo di pesce e che oggi appare punteggiato da oltre quaranta piattaforme per l’estrazione del gas naturale. Maurizio Poli ribalta completamente lo stereotipo. Con il suo sguardo riesce ad accogliere e restituire la sterminata varietà del mare e del suo paesaggio, guidando il nostro occhio verso ciò che lui ritiene essenziale, verso il punto esatto in cui nasce l’emozione.

Poli cammina, pedala lungo piste ciclabili, dune, strade secondarie poco trafficate. Armato della sua “arma” di divulgazione di massa, la macchina fotografica, cattura immagini che poi, grazie a una vena artistica sempre più affinata, ci propone come veri e propri racconti visivi. Le sue fotografie sanno fermare luoghi in cui emerge il concetto di limite, di soglia: l’inizio e la fine di un paesaggio fatto di cromatismi netti, linee decise, contrasti evidenti. I Romani avrebbero parlato di limes, di confine, attribuendo però a questo termine un significato bellicoso. Un’eco storica che non è casuale, se pensiamo che il porto di Ravenna era Classe e che proprio in quelle vicinanze nascono molte delle immagini firmate dall’obiettivo di Poli.

Le fotografie di Poli creano un vero e proprio teatro dell’esistenza. Sono scenografie aperte, spazi pronti a essere abitati, nei quali pullulano i segni dell’uomo. Eppure, egli ce li offre con una sorta di candore: sembrano luoghi incontaminati, e talvolta lo sono davvero; più spesso, però, sono luoghi ben conservati, dove l’uomo ha saputo sviluppare le proprie attività economiche e il proprio benessere, misurandosi al contempo con la capacità, non scontata, di preservare. Ne sono testimonianza le torrette di avvistamento per gli uccelli, le ordinate strutture legate all’allevamento ittico, oppure ancora i territori restituiti alla loro condizione originaria, come le foci del Bevano; i meno giovani ricorderanno la zona invasa da casette abusive oggi riconsegnate a una natura finalmente libera.

Raramente Poli ricorre alla figura umana. Piuttosto, osserva le attività dell’uomo o i luoghi per egli pensati. Quando una presenza compare, una coppia lontana, quasi indistinta, è solo per mettere in relazione la misura dell’essere umano con l’infinita dimensione del paesaggio marino, fatto di dune, di acqua calma o tumultuosa che si frantuma sulla costa e scorre lungo le scarpate sabbiose.

Il mare cambia colore in base ai cieli quasi sempre mossi dal vento, di cui le nubi sono fedeli spie: a volte leggere e dolci, altre più aggressive e cariche di tensione. In alcune immagini il cielo si apre improvvisamente e si colora di uno splendido arcobaleno che porta festa sull’intera spiaggia, sul mare, su tutta la Riviera.

Nella maggior parte dei casi le fotografie sono realizzate con luce naturale; raramente Poli ricorre a fonti artificiali. Anche questo è coerente con il suo modo di vivere il paesaggio, lontano dagli spazi affollati e iper-illuminati che frequenta per ragioni professionali. Da qui nasce forse il bisogno di fuggire, sui pedali di una bicicletta o con le scarpe da tennis ai piedi, verso orizzonti ampi e silenziosi.

Camminiamo con Poli attraverso queste immagini, perché ci insegna a vedere. Anche laddove il paesaggio sembra uniforme, la fotografia ci aiuta a individuare un dettaglio: talvolta un’opera dell’uomo o un semplice segno naturale. Il nostro sguardo viene prima appagato dall’ampiezza dell’immagine e poi guidato verso ciò che l’autore vuole mettere in risalto.

Il calendario si apre con una barca sola in mezzo al mare, segnata dai chiari e precisi riferimenti dei pescatori cesenati, e si chiude con una duna meravigliosa, dove il mare è ridotto a un filo sottile che si immerge in un cielo infinito. In quell’immagine è racchiusa tutta la forza della natura: la sua bellezza, ma anche la sua potenziale violenza, che forma dune destinate a contenere e difendere il territorio. 

Queste sono le emozioni che Maurizio Poli ci invita a raccogliere lungo Un anno di mare, sempre armato della sua macchina fotografica, strumento di osservazione e insieme potente mezzo di diffusione di massa della bellezza.

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