
Che fine ha fatto Bologna?
No, non è andato tutto bene.
Io e mio marito, dopo una settimana di impegni tra lavoro e famiglia, andiamo al solito posto per mangiare un panino in compagnia e giocare al solito quiz che organizzano tutte le settimane.
Esco fuori durante una pausa per sgranchire le gambe con la cucciola al seguito.
Non faccio in tempo ad allontanarmi dall’ingresso che un ragazzo esce di furia spingendo una delle due porte d’ingresso all’esterno invece che all’interno.
Due metri di portellone di legno finestrato con tanto di maniglione antipanico mi arrivano sulla schiena: per fortuna, penso, non prendono il cane.
Mi volto, chiedo al ragazzo che sta uscendo di fare attenzione lui bofonchia, abbozza una scusa.
Dopo pochi attimi inizia la sceneggiata: davanti a me da un gruppo di sette, otto ragazzini a malapena maggiorenni una voce mi urla dietro.
È un ragazzo sulla ventina, bianco come un cadavere, maniche corte sotto i muscoli, tesi come corde di violino: mi dice, con il tono di un boss di quartiere, che ero io a dovermi spostare. A farmi in là. E che il legno sulla schiena me lo sono cercato…
Ci metto poco a capire che è il pretesto per attaccare briga.
Non mi faccio intimidire e gliene dico quattro, lui rincara la dose, sbeffeggia, provoca, gonfia il petto come un tacchino per farsi grande e potente davanti alle ragazzine che gli dicono di smetterla.
Mio marito esce dal locale e interviene “l’accompagnatore” (il padre? Lo zio? L’amico speciale più grande? Non si è qualificato, ma ci ha tenuto ad informarci del fatto che avesse 52 anni) di questa ciurma di ragazzi un po’ troppo su di giri: li giustifica, prova a mentire, poi rinuncia alle arrampicate sugli specchi e inizia ad attaccare.
Decidiamo che ne abbiamo avuto abbastanza e neri di rabbia, turbati, esasperati, ce ne andiamo.
“Si, hanno fatto questioni e disturbato anche a noi” ci dicono i ragazzi al bancone “se volete abbiamo le telecamere”.
Ma io le telecamere non le voglio. Voglio poter mangiare un panino nella mia bella Bologna.
Voglio sentirmi al sicuro se esco fuori da un locale per prendere una boccata d’aria o far sgranchire il cane di 4 kg e 900 grammi.
Voglio non essere aggredita da un branco di maschi esagitati mentre sono sola.
Voglio non dover chiamare mio marito o il 113 perché ho paura per la mia incolumità.
Voglio non camminare sul rasoio ogni volta che metto piede fuori di casa, giocando alla roulette russa delle micro e macro aggressioni se esco dopo le otto e mezza di sera.
E poi mi fermo a riflettere: ma perché?
Perché siamo ormai sommersi da orde di sbandati, adulti-ragazzini e ragazzini di adulti mai cresciuti?
Perché queste bande di bulli che devono prevaricare il prossimo? Qual è la radice di questa violenza gratuita?
Da dove vengono? E che prospettive hanno?
Ma soprattutto, che prospettive abbiamo noi, come consesso umano, se queste sono le generazioni che sono state formate e formeranno a loro volta la società di domani?
E mentre io mi pongo queste domande – quasi tutte senza risposta – leggo anche oggi sul resto del carlino di ragazzi presi a calci e cinghiate in via Zamboni (quella dove ho fatto l’università, dove si rideva e si scherzava fino a qualche anno fa), di studentesse prese a pugni da tizi con passamontagna sotto casa, mentre a Roma un cinquantenne ha ucciso a calci e pugni il proprio cane sotto gli occhi dei passanti.
Ma che fine ha fatto Bologna?
Una città libera, accogliente, viva, felice. Una città, come molte altre d’Italia e d’Europa, dove non esiste più comunità, né rete. Il tessuto sociale si è completamente sfilacciato sotto gli occhi di una politica pigra e assente.
Intanto un’amministrazione miope come mai, si concentra su questioni di lana caprina per non guardare la macelleria urbana in cui si sta tramutando la città.
E mentre certa politica storce il naso, diventa sempre più necessario iniziare a guardare in faccia la realtà per quello che è.
Non possiamo fare finta che non esista il disagio anche tra i nostri italianissimi ragazzi o, dall’altro lato, che esistano forme di attrito dovute allo scontro di culture (soprattutto in tema di maschilismo e di bullismo) molto distanti tra loro.
Tutti vittime e carnefici di un processo di vicinanza forzato e accelerato che non ha avuto alcun tipo di sostegno o accompagnamento, ci stiamo ritrovando a gestire i cocci di un sistema portato volutamente al collasso.
Che si tratti di ragazzi di seconda o terza generazione che non si sono mai del tutto integrati o ragazzi del posto con il cervello impappato di adv e lustrini di instagram il risultato non cambia: i bulli sono accomunati dalla stessa matrice nichilista e dalla stessa assenza di limite che spesso hanno assorbito in famiglia.
Ed ecco che il cocktail esplosivo di solitudine, emarginazione, disconnessione emotiva, finisce per dar vita ad episodi di violenza verbale – e spesso fisica – gratuita.
Ricerche disperate di validazione da parte di un branco che riconosce solo la legge del più “forte”.
Non ci sono soluzioni pronte di fronte alla distruzione progressiva e sistematica di un tessuto sociale.
Posso però suggerire di iniziare a posare il telefono, anzi spegnerlo. Badare di più a cosa fanno i propri figli, a dove vanno, cosa ascoltano che messaggi assorbono e non voltarsi dall’altro lato quando sbagliano, picchiano o si radicalizzano.
Fare i genitori. Insegnare. Magari ripristinare l’ormai dimenticata educazione civica. Tutelare. Far capire che la violenza non è mai giusta. Sensibilizzare.
Integrare dove è possibile e giusto integrare. Mettere dei confini fermi dove è necessario farlo per tutelare la collettività e dei diritti civili che sono stati conquistati a fatica.
E, soprattutto, iniziare a togliersi le fette di prosciutto (anzi di mortadella) dagli occhi, continuando a ripetere che andrà tutto bene.