Vogliamo il Giro d’Italia. È questo il desiderio che nei prossimi giorni verrà manifestato a Minerbio. È anche lo slogan di un flash mob: per chi vive ai margini del neolinguaggio imposto dai nuovi media, l’espressione anglofona indica un raduno convocato all’ultimo momento da qualche intraprendente organizzatore, con l’obiettivo di far convergere persone in un luogo prestabilito e produrre un effetto dirompente.
Incuriosito, parto da Bologna per Minerbio, paese al quale resto affezionato. Inforco la bicicletta e percorro la Lungo Savena fino a Ramello, punto d’incontro tra questa strada, la San Donato e la Trasversale di Pianura, infrastruttura che, dopo appena quarant’anni, dovrebbe finalmente essere completata. Mancano infatti cinque chilometri e duecento metri per collegare San Giovanni in Persiceto alla San Vitale, all’altezza di Ganzanico: un’opera che darebbe vita a una sorta di Passante di Pianura, progetto anch’esso rimasto incompiuto, ostaggio degli umori di chi continua a privilegiare interessi particolari rispetto a quelli collettivi.
Fino a Ramello la strada consente una buona andatura, interrotta soltanto da una certa apprensione. Pochi, infatti, rispettano i limiti di velocità che il tracciato tortuoso imporrebbe; molti, invece, si esibiscono in sorpassi privi di qualsiasi buon senso.
Eccomi dunque a Ramello, amena località in attesa di rotatoria. Da qui il manto stradale si trasforma in una successione di saliscendi e avvallamenti che provocano continui sobbalzi sulla sella, mettendo a dura prova una prostata che, per ragioni anagrafiche, non è più quella di una volta. Non migliorano nemmeno i comportamenti degli automobilisti, evidentemente esasperati dalla coda quotidiana provocata dalla mancata realizzazione della rotatoria prevista sulla Trasversale, all’imbocco dell’autostrada per Padova.
I continui sobbalzi vanno affrontati con vere e proprie gimkane. Improvvisamente compaiono sull’asfalto chiazze scure che obbligano a repentini colpi di manubrio: potrebbero essere buche, rattoppi mal riusciti oppure, come talvolta accade, interventi eseguiti a regola d’arte. Nel dubbio, le evito tutte, confidando che chi sopraggiunge alle mie spalle rispetti almeno quel metro e mezzo di distanza che la legge impone nei confronti dei ciclisti.
Un breve tratto di asfalto nuovo, naturalmente soltanto in direzione nord, probabilmente per contenere la spesa, concede un momentaneo sollievo al fondoschiena. Poi ricominciano le montagne russe fino all’ingresso di Minerbio.
«In paese sarà sicuramente meglio», penso. Illusione.
Da quel punto in avanti si apre una distesa di buche, avvallamenti e rattoppi. Per evitarli non resta che violare il codice della strada e pedalare sul magnifico viale di platani che costeggia il percorso pedonale. Sperando di non imbattermi in qualcuno intenzionato a elevare una contravvenzione, ammesso che esista ancora e non sia stato relegato al duro lavoro d’ufficio, raggiungo finalmente la piazza.
Mi avvicino a un drappello di estimatori dello spritz raccolti davanti al bar e chiedo perché desiderino tanto il passaggio del Giro d’Italia. Volete forse rendere omaggio ai grandi ciclisti minerbiesi del passato, come Aleardo Simoni, Cicci Federici o Nino Monti?
«Perché, se passa il Giro, prima asfaltano le strade.»
La risposta arriva in coro, con una precisione che tradisce giorni e giorni di prove.
E, per una volta, è difficile dar loro torto.
«Non ci resta che pregare Matteo», dico.
«Quale Matteo?» mi chiedono. «Sua Eccellenza? Il Ministro? Il Presidente della Città Metropolitana?»
«Boh», rispondo. «Comunque di Matteo ce n’è anche un altro. Vedete voi.»
Tiberio Artioli