Vieni avanti, competetente!

Se è auspicabile che ogni essere umano sia competente nell’attività che svolge e, soprattutto, che abbia l’accortezza di non invadere campi altrui, è anche vero che, ampliata a dismisura e applicata a tutti i contesti possibili, questa idea potrebbe rivelarsi sbagliata. Un esempio molto intuitivo ci viene dalla realtà educativa genitoriale per la quale nessuno chiede che, prima di mettere al mondo dei figli, si consegua una speciale preliminare competenza.

L’ambito in cui ci si è spinti ad applicarla, secondo interessi non proprio limpidi, è la politica, adducendo la motivazione che questa si è talmente complicata da richiedere studi particolari per comprenderne i meccanismi e le scelte. Si viene così a creare un cortocircuito per cui il cittadino deve dimostrare di essere competente, mentre il politico può tranquillamente occupare uno scranno in Parlamento senza che nulla gli venga richiesto. 

È fuori di dubbio che la complessità, caratteristica delle società in cui viviamo, non aiuta a districarsi nel labirinto di variabili che le caratterizzano, ma il “mito della competenza” ha il precipuo compito di veicolare l’idea secondo cui la gente comune non è in grado di comprendere le reali dinamiche della società moderna e che dunque, sentite un po’, non solo la politica devono farla i  competenti, termine con il quale probabilmente, azzardo un’ipotesi, si vuole indicare “quelli che hanno studiato alla scuola del neoliberismo”, ma che per votare bisogna dimostrare di essere all’altezza di questo delicato compito. Si inverte in questo modo il rapporto causa/effetto nel senso che anziché preoccuparsi di fornire ai cittadini, durante il loro percorso di studi, gli strumenti per comprendere la complessità, si continua imperterriti da un lato a formare consumatori e dall’altro a considerare la scuola come il luogo di formazione della futura forza lavoro legando l’istituzione scolastica a filo doppio alle esigenze del mercato. E, se possibile, oggi la situazione si è fatta ancora più drammatica, dal punto di vista pedagogico, nel momento in cui la guerra ha fatto la sua comparsa nelle nostre vite quotidiane e la cultura bellicista imperversa come un cancro. È forse un caso che oggi si parli della scuola intermini di “scuola delle competenze”? ovvero di un saper fare che non si interroga sul senso e sulle conseguenze del proprio fare? 

Questo discutibile mantra “la politica la facciano i competenti” da un po’ di tempo si è allargato fino a comprendere non solo la gente comune ma anche tanti personaggi che non essendo politologi o studiosi di geopolitica o semplicemente politici, dovrebbero astenersi dall’esprimere il loro pensiero relativamente a questioni riguardanti la vita della “polis”. 

Ora, secondo me, se c’è un ambito, uno spazio aperto a tutti i cittadini dentro il quale poter esprimere la propria opinione è proprio la politica. A maggior ragione questo è valido in un paese come l’Italia in cui sono per primi proprio i politici a spararle grosse sui più svariati argomenti, per tacere delle imbarazzanti performance dei finti esperti durante la pandemia.

E, aggiungo, tutto questo in un paese dove siamo obbligati a sentire “esperti” come Natalie Tocci, sicuramente competente in qualità di Direttrice dell’Istituto di Affari Internazionali, sproloquiare con argomentazioni che non starebbero bene neanche in bocca ad un avventore del bar, del tipo “ma lei come fa a parlare dell’Ucraina se non c’è mai stato!”, teoria che, incredibilmente, impedirebbe agli storici di occuparsi, per esempio, della politica rinascimentale o di qualunque altro periodo storico passato. Ma tant’è!

Sulla base di  questa bizzarra teoria vengono attaccate diverse figure di intellettuali di varia estrazione che hanno la colpa di non essere addetti ai lavori. Rovelli, il fisico; Montanari, lo studioso dell’arte; Di Cesare, la filosofa, non dovrebbero sconfinare e occupare spazi che non competono loro. Persino alla Albanese che ne avrebbe i titoli in quanto “Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati” viene contestato di fare politica, al punto da impedirle l’accesso ai servizi a disposizione dei normali cittadini! Capite? Fare politica! Come se fosse stata nominata per dare un contributo al dibattito sul sesso degli angeli e non per fare luce sulla mattanza che si sta perpetrando sotto gli occhi complici di una  politica silente di fronte a tanto massacro che ha violato sicuramente il principio di proporzionalità, per tacere di tutto il resto. E si assiste impotenti alle dichiarazioni di un ministro israeliano, sicuramente competente, che si compiace di affermare che i palestinesi vanno trattati come animali senza che questo agiti le nostre coscienze. E se lo accusi di essere un indegno esponente del genere umano dimostri non solo di non essere competente ma di meritare l’accusa di essere antisemita, perseguibile penalmente secondo il competente parere di un competente esponente del Partito Democratico! 

Poi, se sei un giornalista dimostri di non essere abbastanza competente se chiedi se il principio per cui la Russia, paese invasore, è obbligata a pagare la ricostruzione del paese invaso, vale anche per Israele nei confronti dei palestinesi.

Stessa sorte per l’ex ambasciatrice Elena Basile che, nel momento in cui ha dimostrato di non essere sufficientemente competente per non essersi allineata alle posizioni filoatlantiste, filoeuropeiste e filoisraeliane, è stata bandita da tutte le emittenti.

Credo che ci sia abbastanza materiale per trarre la morale della favola. Ma questo è un piacere che lascio al lettore.