
Le donne di Ravenna e il mistero della pelle liscia.
Uno studio osservazionale pluriennale
Si sa che le donne di Modena, tra gli altri pregi, hanno ossa grandi; quelle di Genova non ridono mai; quelle di Padova non hanno segreti; quelle di Napoli sono mammone; quelle di Bologna hanno i fianchi molli; quelle di Milano non stanno mai ferme; quelle di Roma fanno sempre caciara; quelle di Palermo preparano gli arancini e quelle di Bari le orecchiette.
E quelle di Ravenna?
Quelle di Ravenna, almeno secondo un’antica convinzione tramandata oralmente fra ombrelloni, piadine e tavolini da spiaggia, non soffrono di pelle a buccia d’arancia.
Per verificare questa sorprendente affermazione, attribuita da alcuni a poeti, da altri a bagnini particolarmente osservatori, ho condotto, nell’arco di oltre vent’anni di frequentazione dei lidi ravennati, un’indagine di carattere scientifico, rigorosamente empirica e priva di qualsiasi finanziamento pubblico, privato o matrimoniale.
La ricerca, condivisa con un’équipe multidisciplinare composta da esperti in sesso-gastro-sociologia applicata, osservazione balneare comparata e statistica da ombrellone, nasce dall’esigenza di chiarire uno dei grandi interrogativi della medicina estetica contemporanea.
La cellulite, o più correttamente panniculopatia edemato-fibro-sclerotica (PEFS), interessa, secondo la letteratura scientifica, fra l’80 e il 90% delle donne dopo la pubertà. La sua comparsa è influenzata da fattori genetici, ormonali, microcircolatori e biomeccanici. Estrogeni, predisposizione familiare, distribuzione del tessuto adiposo e struttura dei setti fibrosi sottocutanei contribuiscono al tipico aspetto “a materasso”. In altre parole, la cellulite non dipende necessariamente dal peso corporeo: può interessare anche donne molto magre.
Tale evidenza rendeva ancora più sorprendente l’ipotesi ravennate.
La pandemia, limitando drasticamente gli spostamenti, ci costrinse a trascorrere molte settimane consecutive lungo il litorale romagnolo. Paradossalmente fu proprio questa immobilità geografica a offrirci l’opportunità metodologica ideale: osservazioni ripetute, nello stesso ambiente, sulla medesima popolazione, con variabili climatiche relativamente costanti e abbondante disponibilità di campioni in costume da bagno.
La fase preliminare consisteva nell’identificazione dell’origine geografica delle bagnanti.
Occorreva procedere con estrema discrezione, evitando sguardi insistenti che avrebbero compromesso la validità statistica dell’indagine e, soprattutto, la nostra incolumità.
Venivano escluse le turiste straniere facilmente identificabili, talvolta per l’abbigliamento integrale, talvolta per costumi di foggia risalente a precedenti ere geologiche, spesso tramandati attraverso più generazioni di famiglie presso cui avevano prestato servizio.
Le lombarde risultavano riconoscibili già a cinquanta metri grazie a una pressione acustica mediamente superiore ai 90 decibel, probabilmente conseguenza di un adattamento evolutivo al traffico delle tangenziali milanesi. Le tedesche erano invece facilmente classificabili poiché guidavano ordinatamente gruppi di figli, nipoti e amici dei figli, mentre il marito procedeva alcuni metri dietro con sandali tecnici, cappello a falde e calzini bianchi, contribuendo involontariamente alla biodiversità estetica della Riviera.
Una volta individuata una probabile ravennate, entrava in funzione il protocollo “R.A.V. 3” (Riconoscimento Anagrafico Verbale): l’operatore si avvicinava fingendo assoluta indifferenza e attendeva una conversazione spontanea, generalmente provocata da un bambino che chiedeva un ghiacciolo o da un marito incapace di ritrovare il proprio ombrellone.
L’inflessione dialettale permetteva una classificazione sorprendentemente accurata: Ravenna centro storico, prima periferia, cintura urbana, bassa ravennate, campagne di Lugo, area faentina e persino il comprensorio pedecollinare di Brisighella.
La raccolta dati è stata effettuata da sette ricercatori distribuiti nei principali lidi: Casal Borsetti, Marina Romea, Marina di Ravenna, Punta Marina, Lido Adriano, Lido di Dante e Lido di Classe.
Il lavoro sul campo non è stato privo di difficoltà.
A Marina Romea la presenza di pavoni allo stato brado provocava frequenti interruzioni delle osservazioni; a Punta Marina le partite interminabili di racchettoni alteravano la concentrazione degli operatori; a Lido Adriano la densità turistica rendeva complessa la distinzione fra residente e villeggiante.
Un discorso a parte merita Lido di Dante, dove operava il solo ricercatore munito di regolare patentino per l’accesso alla spiaggia naturista. Tale postazione rappresentava il laboratorio di massima precisione dell’intero studio, consentendo valutazioni complete dell’estensione anatomica della superficie cutanea senza le inevitabili limitazioni imposte dal tessuto dei costumi.
Per evitare errori sistematici, gli operatori ruotavano periodicamente fra le varie sedi secondo uno schema randomizzato, con l’unica eccezione dell’addetto al naturismo, ormai considerato insostituibile per competenze professionali e spirito di sacrificio.
L’indagine si è svolta nell’arco dell’intera stagione balneare, con particolare attenzione ai fine settimana, quando le ravennati praticano l’antico rito della passeggiata sul battigia. Tale comportamento migratorio longitudinale ha consentito osservazioni multiple dello stesso soggetto da differenti angolazioni, migliorando significativamente l’affidabilità del campionamento.
Sono stati osservati complessivamente 758 soggetti, suddivisi per età apparente in tre classi: pre-menopausa, menopausa e post-menopausa.
La distribuzione geografica risultava sostanzialmente omogenea.
L’elaborazione statistica, effettuata con sofisticati algoritmi Excel e una calcolatrice Casio del 1998, ha evidenziato un risultato sorprendente.
Nel 98% dei casi non si osservavano manifestazioni clinicamente significative della cosiddetta “buccia d’arancia”. Nel restante 2%, dopo ulteriori verifiche, si è scoperto che si trattava di turiste provenienti da altre province oppure di donne che avevano consumato tre piadine farcite nell’arco della stessa giornata, alterando temporaneamente i parametri di osservazione.
Il risultato finale, pertanto, appare difficilmente contestabile.
Le ravennati, salvo rarissime eccezioni statisticamente trascurabili, sembrano godere di una naturale resistenza alla cellulite.
Le cause rimangono tuttavia ignote.
Ipotizziamo un insieme di fattori favorevoli: alimentazione ricca di pesce azzurro e prodotti della pineta, elevata attività motoria dovuta alle lunghe passeggiate sulla battigia, microclima adriatico, benefica esposizione allo iodio marino, predisposizione genetica oppure un ancora sconosciuto “fattore Ravenna” che meriterebbe approfondimenti internazionali.
L’équipe è già al lavoro.
I risultati definitivi saranno probabilmente disponibili fra sei anni, compatibilmente con le maree, le ferie dei ricercatori e l’eventuale rinnovo del patentino per il Lido di Dante.
Foto di Maurizio Poli