LA MIA BOXE

Un altro gigante se ne è andato. Francesco Cavicchi, per gli amici “Checco”, emiliano di Pieve di Cento, che divenne Campione Europeo nel 1955. Un uomo che come mio padre veniva dalla campagna, amava la sua terra, la vita semplice e con essa le cose vere e genuine del mondo contadino. Un uomo tutto d’un pezzo, di quelli purtroppo ormai in via di estinzione. Da bambina sentivo nominare spesso da mio padre il nome di Cavicchi, diceva che dopo la boxe si era ritirato nella sua campagna, con la sua famiglia, i suoi trattori, i suoi animali, non amava farsi vedere alle riunioni pugilistiche, né tanto meno rilasciare interviste. Mio padre lo ha sempre ammirato e sono sicura che per lui, oltre ad essere stato un maestro nella boxe, è stato anche un maestro di vita. Mio padre ci diceva sempre che prima o poi avrebbe voluto tornassimo a vivere in campagna, con tutta la nostra famiglia, in quella tenuta che comprò negli anni Sessanta con i suoi primi importanti guadagni ottenuti con la professione di pugile. Ma purtroppo non ci riuscì, un infarto lo fermò prima. (1940-2000).

Oltre dieci anni fa con lo scrittore Claudio Bolognini, con il quale stavo lavorando al libro sulla vita di mio padre (La ballata di Dante Canè ed. Reno Edizioni 2010), andammo ad intervistare “Checco” Cavicchi nella sua casa a Pieve di Cento. Ricordo quelle sue mani enormi, che riportarono la mia mente a quella tenuta di campagna sulla quale ho ricordi chiarissimi. Ogni volta che la mia mente torna là, a quello che mio padre mi fece vedere e assaporare da bambina, mi si stringe il cuore. Ritmi naturali, scanditi dal sorgere del sole, profumi e odori che sembravano così surreali per una bambina che viveva la città, caotica, sommersa dallo smog e con ritmi frenetici. Due giganti con un cuore enorme, persone semplici e genuine, che nella loro vita hanno sempre messo al primo posto la famiglia e i valori di quel mondo contadino che ha tanto da insegnare. E grazie a loro, questi sono i valori della mia boxe e della mia vita. menzione del nostro sito su Repubblica del 26 agosto, nel pezzo di Luca Soncini

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